Quando nelle moderne trattazioni si descrive la Val Chisone, spesso e volentieri questa viene analizzata rimarcando la storica divisione tra la Val Perosa, ovvero il tratto di bassa valle che da Pinerolo risale sino a Perosa Argentina, e la Val Pragelato, cioè la parte alta della valle alpina, da Perosa sino al colle del Sestriere.
Ciò, come detto, sulla scorta del fatto che proprio a Perosa Argentina correva l’antico confine tra i territori sabaudi e il delfinato, con l’Escarton di Pragelato prima e il Regno di Francia poi.
Tuttavia anche nell’analizzare storicamente momenti di molto successivi a tali antichi confini, permane una linea di divisione ideale tra la bassa e l’alta valle, figlia probabilmente anche di molti connotati geografici.
Infatti, è nella bassa Val Chisone, nell’antica Val Perosa, che a partire dall’Ottocento sono fiorite alcune delle realtà industriali più importanti del pinerolese se non del Piemonte.
Già nei secoli precedenti vi fu il progressivo sviluppo del settore minerario ed estrattivo, in particolare di talco (in molti siti della Val Germanasca, da Prali a Maniglia), di grafite (in molti siti della bassa Val Chisone, da Porte a San Germano, da Villar Perosa a Grandubbione e in varie località di Inverso Pinasca e Pomaretto) e infine di gneiss (in particolare a Brandoneugna, Perosa Argentina). In alta valle, nell’antica Val Pragelato, tale attività fu perlopiù esercitata in un paio di siti sulle alture di Roure e alle tristemente note miniere del Beth di Pragelato1.
Tuttavia è con il XIX secolo che la bassa Val Chisone vide la fondazione e lo sviluppo di una serie di realtà industriali, buona parte delle quali destinate a legare indissolubilmente il loro nome con la valle. In ciò, fondamentali furono l’agevole percorribilità viaria e la possibilità di sfruttare le acque del torrente Chisone.
Il primo luogo in cui ciò avvenne fu Perosa Argentina, dove nel 1835 nacque il setificio Bolmida (in seguito Gaydou), poi convertito in cotonificio con denominazione Jenny e Ganzoni e quindi rilevato da Abegg sino a divenire, nel secolo scorso, Manifattura di Perosa. Sempre a Perosa Argentina vide la luce il setificio Berthelon (1870), poi divenuto Gütermann nel 1893.
Più a valle, nell’importante snodo con il vallone di Pramollo e con la confluenza tra il Risagliardo e il Chisone, fu fondato invece il cotonificio Mazzonis (1862), passato ai Widemann nel 1894.
Tali realtà non solo fecero confluire i lavoratori dalle borgate vallive, ma attrassero molta manodopera dalla pianura pinerolese ove non addirittura dalle vallate limitrofe. Ciò determinò la fornitura di plurimi servizi da parte degli industriali: case operaie, asili, convitti, luoghi per il dopolavoro, bagni pubblici, ecc. Tutti elementi che andarono a costituire – e in buona parte ancora plasmano – il panorama urbanistico delle località della bassa valle.
A Perosa Argentina fanno ancora mostra di sé tanto le case operaie Berthelot, quanto quelle della Gütermann e anche a San Germano sono ancora presenti le strutture delle case operaie e impiegati della Widemann, tutte con strutture similari, imponenti, a più piani e destinate ad ospitare più persone possibili, con lunghi balconi e ballatoi.
Vera e propria rivoluzione, in valle, si ebbe, in seguito, con la nascita della R.I.V. di Villar Perosa, la cui produzione industriale di cuscinetti volventi determinò uno sviluppo improvviso e imponente dell’urbanizzazione della bassa Val Chisone.
La Manifattura di Perosa Argentina – nascita e sviluppo
La struttura nota come Manifattura di Perosa Argentina, dalla sua ultima denominazione, costituisce di fatto l’impianto industriale più antico installato in Val Chisone.
La fabbrica, infatti, fu fondata dai baroni Bolmida nel 1835 al fine di lavorare e filare la seta, grazie ad “una filanda e un laboratorio meccanico”2. Il prodotto finito che usciva dalla produzione era una pregiata seta tratta, ovvero un filo, tratto dai bozzoli di baco da seta, particolarmente puro e di qualità che, per contro, risultava costoso anche per gli enormi scarti di produzione.
I fratelli Bolmida erano due baroni di origini alessandrine che, come ricostruisce pregevolmente Valter Bruno3, dal settore bancario spostarono progressivamente l’attenzione al settore della seta.
“I due fratelli eressero a Perosa, fra il 1835 e il 1837, una filanda per la trattura della seta che in breve tempo fu definita ‘rinomata’ e vi si dedicarono in base alle attitudini che ciascuno dei due possedeva: Vincenzo si occupava degli aspetti tecnici trasferendo la sua residenza a Perosa per dirigere le attività ed essere a contatto diretto con la realtà produttiva, mentre Luigi […] continuando ad abitare a Torino badava soprattutto al lato finanziario.”4. La peculiarità dei prodotti che uscivano dalla manifattura perosina derivò dal fatto che oltre al filato frutto della lavorazione, anche gli scarti della trattura, ovvero il cascame, veniva sottoposto a una sua propria lavorazione. In particolare a Perosa venivano lavorati i cascami di moresca, così erano definiti, che risultavano più pregiati tra i vari tipi di scarto e risultavano più agevoli da lavorare. A quel punto, normalmente, il cascame veniva venduto al dettaglio agli artigiani o esportato all’estero per una sua lavorazione. L’innovazione apportata dai Bolmida fu l’inizio, a Perosa, di un diverso e innovativo ciclo di lavorazione, consistente nella cardatura meccanica della moresca per ottenere un filato di seta destinato alla realizzazione di tessuti.
Ciò fu possibile grazie a molti viaggi formativi all’estero di Vincenzo Bolmida e all’incarico conferito ad artigiani e meccanici della Val Pellice (su tutti tali Eynard e Henri Aticker di Torre Pellice)5, che realizzarono macchinari appositamente destinati allo scopo di cardare la moresca in autonomia. Un simile sviluppo della produzione indusse alla realizzazione di un ulteriore fabbricato su “terreno che dal lato opposto della strada rispetto alla filanda scendeva fin sulle sponde del Chisone ed era attraversato dal rio Albona. La nuova costruzione è il cosiddetto quadrilatero, edificio a pianta quadrangolare con corte centrale che si eleva per tre piani ed ha il classico aspetto di caserma … il nuovo opificio fu completato ed entrò in attività nel 1850.”6.
A quel punto “Lo stabilimento era composto di quattro parti: la filanda, il laboratorio meccanico, il filatoio e la carderia meccanica della moresca.
La filanda, di 72 bacinelle scaldate a vapore, filava 10.000 miriagrammi di bozzoli, producendo circa 8000 chilogrammi di seta: impiegava 110 persone.
Il laboratorio meccanico costruiva le macchine e gli ordigni sia per lo stabilimento, sia per la vendita esterna, con il lavoro di 30 operai.
Il filatoio, di circa 5000 fusi, lavorava 12.000 chilogrammi di organzino impiegando 190 operai”7.
Come spesso accade, tuttavia, nelle leggi del mercato, ad ogni innovazione fa seguito la sua diffusione e lo sviluppo della concorrenza. Forse fu proprio tale aspetto, unito al decesso – nel 1856 – di Luigi Bolmida, che manteneva saldamente la gestione finanziaria della fabbrica, a determinare una grave crisi di bilancio, che divennero particolarmente gravi “tanto che dal 30 marzo 1865 lo stabilimento fu chiuso e la Banca Nazionale per rivalersi subentrò nella sua gestione affidandone la direzione a un fiduciario, Amato Gaydou, che lo riaprì il 1° aprile 1866”8.
Lo stesso Gaydou, dopo l’amministrazione fiduciaria, rilevò lo stabilimento, ma le difficoltà non cessarono, complice anche l’apertura della filanda di seta di Benedetto Berthelot proprio a pochi metri dalla fabbrica. Il decesso del Gaydou nel 1881 sancì la fine di quell’esperienza e lo stabilimento fu messo all’asta, venendo acquisito nel 1883 dalla Jenny e Ganzoni, società torinese composta da investitori svizzeri.
Scopo di tale sodalizio era la costituzione di un cotonificio, sostituendo la lana, ove ormai la concorrenza era ampia, con il cotone “fibra molto più facile da lavorare e piazzare”9.
L’impresa ebbe successo e la lavorazione riprese, sopravvivendo anche alle varie vicissitudini societarie derivanti da vari decessi e avvicendamenti tra i soci. Ciò sino al 1920, quando l’industria perosina entrò nelle mire di una delle più grandi realtà del settore: quella facente capo al banchiere svizzero Abegg, proprietario della Cotonificio Valle Susa di A. Abegg & C. La compagnia entrò progressivamente nella compagine perosina, sino ad un’acquisizione completa nel 1939.
“Nel periodo bellico il cotonificio, specializzato com’era nella produzione di titoli fini ottenuti utilizzando come materia prima il cotone egiziano makò, era per forza di cose obbligato a lavorare cotone autarchico proveniente dalla Sicilia. Il risultato non era all’altezza degli standard qualitativi tipici dell’azienda ma, terminata la parentesi bellica, nel 1946 Werner Abegg, rifugiatosi in America all’epoca del conflitto, tornò alla guida del gruppo che riprese ben presto vigore e continuò nella sua espansione, con l’ampliamento ed ammodernamento delle strutture produttive di Perosa e con la costruzione della nuova centrale idroelettrica.
Come fulmine a ciel sereno giunse, quindi la notizia, a fine 1947, che gli Abegg stavano trattando la cessione dell’intero gruppo tessile, forse preoccupati dell’andamento politico del nostro paese.”10.
La cessione avvenne effettivamente nel giro di poco tempo e il cotonificio Valle di Susa passò a Giulio Riva, a capo di una poderosa struttura di aziende di cotone. In quel frangente la fabbrica perosina toccò il suo apice, raggiungendo “50mila fusi di filatura e 20mila di ritorcitura, con più di 1200 dipendenti.”11. La finestra fortunata, tuttavia, fu oltremodo breve e già nel 1955 si ebbero le prime sospensioni e le prime casse integrazioni, cui seguirono anche i primi massicci tagli del personale. Nel 1960, poi, “giunse improvvisa la morte di Giulio Riva all’età di 59 anni. A Giulio Riva successe il figlio Felice, che assunse l’assoluto dominio della società pur non avendo la preparazione e forse nemmeno le capacità per affrontare l’impegno.”12.
Ciò si riverberò in disposizioni assurde che portarono a forti contrasti con le maestranze e a rimpasti dell’amministrazione che non convinsero le banche creditrici che, quando non videro onorate le scadenze degli affidamenti bancari, azionarono i propri crediti facendo precipitare la società verso il fallimento. Questo fu dichiarato nel 1965 (stesso anno, peraltro, del fallimento della Mazzonis di Luserna San Giovanni), con conseguente licenziamento di tutti gli ottomila dipendenti, di cui 742 presso gli stabilimenti di Perosa Argentina.
Grazie ad una cordata di imprese italiane (“quali Snia Viscosa, Chatillon, Montedison e MedioBanca … Fiat e Pirelli”13), fu creata una nuova società, la Esercizi Tessili Italiani, che rilevò gli stabilimenti e permise alla fabbrica di Perosa di riassorbire 400 persone. Fu, tuttavia, un passaggio temporaneo, senza lode e senza infamia, dal momento che non fu realizzata alcuna concreta politica industriale. Così nel 1976 il gruppo monetizzò, cedendo gli impianti industriali alla Manifattura di Legnano, che costituì la Manifattura di Perosa S.p.A. Con tale assetto fu avviato un ammodernamento complessivo che portò ad una nuova primavera per la fabbrica che tornò ad un numero di circa 400 dipendenti e soprattutto ad una produzione di qualità nel campo del cotone.
Il mondo, tuttavia, andava verso la globalizzazione e alla fine degli anni Ottanta nuovi venti di crisi si profilarono all’orizzonte, quando il costo del lavoro tornò ad apparire elevato e soprattutto si crearono forti avanzi di magazzino. A piovere sul bagnato giunse un incendio che nel maggio 1991 “distrusse oltre 1500 tonnellate di cotone pronto per essere lavorato”14.
Da qui nuove tensioni, nuova cassa integrazione e nuovi licenziamenti.
La situazione si barcamenò precaria e in progressivo calo sino al nuovo millennio, quando anche il cambio di proprietà non determinò i benefici sperati. “Il 13 gennaio 2013, dopo 130 anni, ebbe termine la lavorazione del cotone a Perosa”15.
Il setificio Gütermann di Perosa Argentina – nascita e sviluppo
Si è accennato a come, nel 1870, a Perosa vide la luce un nuovo e diverso setificio ad opera di Benoit Berthelot. Questi era figlio di un amministratore francese delle Hautes Alpes che, per vicende famigliari, si ritrovò a lavorare presso il setificio Chancel di Briançon, che aveva avuto modo di carpire plurimi segreti industriali dagli ormai avviati Bolmida16.
Insoddisfatto della pur brillante carriera oltralpe, Berthelot, ormai esperto nel settore, decise di fondare un’impresa propria e scelse Perosa Argentina per impiantare lo stabilimento.
L’avvio fu folgorante, con uno sviluppo tale da poter impiegare 120 dipendenti. Tuttavia la crisi che negli stessi anni attanagliò anche la Bolmida (divenuta prima Gaydou e poi Jenny e Ganzoni), giunse presto a bussare alle porte della Berthelot e il proprietario si determinò a cedere la fabbrica alla società svizzera di cui era debitore, la quale la rigirò, monetizzando, alla famiglia Gütermann.
Questa era una famiglia di industriali tedeschi già dediti al settore della seta e l’acquisto della fabbrica perosina permise un notevole sviluppo dell’azienda di famiglia, portando beneficio anche in Val Chisone, con la costituzione dell’autonoma società Gütermann S.a., con presidente Rodolfo Gütermann.
A differenza dei sodalizi che si succedettero al cotonificio, alla Gütermann la gestione era più prettamente famigliare: si pensi che lo stesso Rodolfo Gütermann manterrà la carica di presidente sino al 1925, per poi cedere l’incarico al figlio Willly, nato proprio a Perosa Argentina.
Ad inizio secolo lo stabilimento, in progressiva espansione, vide sorgere un reparto macerazione in una struttura edificata sull’inverso della valle (odierna Pomaretto).
“Nel 1915, per evitare che lo stabilimento venisse requisito in quanto di proprietà tedesca in un momento storico in cui Italia e Germania si trovavano in opposti schieramenti … venne costituita la Società ‘Seterosa’, di proprietà della compagnia finanziaria Interfina con sede a Zurigo. Ciò non salvo l’impresa dalla requisizione, ma ne avviò l’autonomia. Al termine della guerra, infatti, riscattata dai legittimi proprietari, l’impresa continuò con quella ragione sociale fino al 1928, quando fu costituita la società anonima Gütermann … divenuta successivamente, nel 1942, con l’entrata in vigore del Codice Civile, società per azioni Gütermann”17.
Passata la buriana della Seconda Guerra Mondiale e della lotta di liberazione, la ripresa industriale dovette fare i conti con una grande innovazione nel campo della seta: le fibre sintetiche.
Ciò determinò un turbinio di mutamenti a livello mondiale, con il progressivo abbandono della seta e la guerra commerciale instaurata dai paesi orientali che, per rendere concorrenziali i propri prodotti con il tessile sintetico europeo, abbassarono drasticamente il costo dei prodotti finiti in seta, rendendo antieconomica la produzione perosina.
A tale situazione incerta “va sommata anche la scomparsa, nel novembre 1965, del dott. Willy Gütermann … alla guida dell’azienda nel 1932, tenne il comando fino al 1963, quando lasciò la carica per le non buone condizioni di salute. L’anno precedente aveva subito un duro colpo quando il figlio Hubert Oscar, di 19 anni, aveva perso la vita in un incidente stradale.”18.
Gli anni ’70 del Novecento si avviarono con una progressiva riduzione del personale, con l’alienazione di immobili occupati dagli operai (cui venne riconosciuto un diritto di prelazione) e con la mancata innovazione dei macchinari. Tale opera di monetizzazione, tuttavia, non diede lungo respiro alla fabbrica che venne ceduta, nel 1976, alla Filatura Cascami di Seta di Milano “storica concorrente della Gütermann”19. Dopo un primo spiraglio positivo, tuttavia, ripresero i tagli alle risorse umane, sino a giungere alla chiusura di interi reparti della fabbrica quali la filatura e la pettinatura, sino a che non rimase la sola macerazione. Le lotte sindacali, i blocchi e i negoziati diedero, volta per volta, risultati effimeri, poiché dagli anni ’90 gli esuberi ripresero e si giunse alla definitiva chiusura dello stabilimento nell’ottobre 2001.
La R.I.V. – nascita e sviluppo
Quando, nel 1906, fu fondata la R.I.V., Villar Perosa era un borgo rurale, privo di un concentrico e costituito da una pluralità di borgate sparse sul versante soleggiato della Val Chisone, sino a Pra Martino.
Ivi si trovava, tuttavia, una piccola azienda familiare dedita alla costruzione di biciclette, di proprietà dell’ingegner Roberto Incerti. Quest’ultimo ebbe l’intuizione di acquisire il brevetto per la realizzazione di cuscinetti volventi, utile a trasmettere il movimento a organi rotanti per le biciclette.
Tale componente, tuttavia, era fondamentale anche per la realizzazione di autoveicoli e sino ad allora anche l’ormai affermata Fiat era costretta ad acquistare i cuscinetti a sfera dal mercato estero (prevalentemente francese e tedesco).
Una nota ricostruzione, impossibile da provare in via documentale20, vorrebbe che Giovanni Agnelli, grande appassionato di corse automobilistiche, si sia attivato per la produzione di cuscinetti volventi a causa dei regolamenti di gara, che prevedevano la partecipazione di veicoli in rappresentanza di nazioni a patto che fossero interamente realizzati nel paese rappresentato.
Sia come sia, Roberto Incerti, grazie al suo brevetto, costituì un occasione imperdibile per l’industriale di origine villarese, che aveva i capitali per avviarne la produzione su scala industriale. Così “a Torino, il 29 settembre 1906 in via Marocchetti, davanti al notaio Costa”21 venne costituita la Roberto Incerti & C. Villar Perosa con “capitale versato ammontava a lire 600 mila: 150 da Agnelli, 100 da Incerti, 50 da Ettore Rabezzana, 250 dalla Fiat e 50 dalla Fiat Brevetti”22.
Villar Perosa, grazie alla presenza della piccola fabbrica di biciclette e grazie alle proprietà in loco di Giovanni Agnelli, che del paese era anche sindaco23, fu eletta quale sede naturale per la costituenda fabbrica di cuscinetti a sfera. Ciò, in realtà, anche grazie alla fortunata collocazione geografica: un fondovalle erboso e ampio, posto in prossimità di un corso d’acqua fruibile per creare energia e comodo ai trasporti su rotaia grazie alla presenza del tramway che da Pinerolo giungeva a Perosa Argentina.
Lo sviluppo della fabbrica fu immediato, con la realizzazione di centrali idroelettriche e dello stabilimento che sin dal suo insediamento “occupa 6.250 mq, 180 dipendenti e produce 20.000 cuscinetti all’anno”24. Di pari passo, come avvenuto all’interno della società Fiat, anche nella R.I.V. Agnelli si apprestava a far la parte del leone, rilevando dapprima le quote di Rabezzana (1907) e quindi quelle di Roberto Incerti, che “il 21 dicembre 1908 abbandonò la società, ufficialmente per ‘motivi personali’”25.
Come per molte realtà industriali italiane ed europee, fu, poi, la guerra a determinare il rapido sviluppo della fabbrica. Per la R.I.V. ciò è ancor più vero, soprattutto se si considera che dai suoi stabilimenti uscì quello che da molti è ritenuto uno dei primi fucili mitragliatori semi-automatici in Europa. Realizzata nel 1915, la mitragliatrice Fiat mod. 15 OVP (Officine Villar Perosa) era arma a due canne calibro 9, maneggevole e in grado di fornire un’ampia potenza di fuoco. Per questo la R.I.V. “tra il 1915 e il 1916 stipula numerosi contratti per la fornitura all’esercito italiano di 6.210 mitragliatrici, con le relative parti di ricambio e 1.350.000 bossoli”26 traendone un forte profitto.
Con il profitto aumentò a dismisura anche l’impiego di risorse umane: nel 1917 risultavano “1927 dipendenti”27 e negli stessi anni si avviò la realizzazione di tutto il tessuto urbano antistante la fabbrica, con il villaggio operaio e le infrastrutture destinate ai dipendenti e alle relative famiglie.
Con la fine del conflitto la produzione non accennò a calare, complice anche lo straordinario sviluppo del settore automobilistico, per cui la R.I.V. continuava a produrre la componente fondamentale del cuscinetto a sfera.
Dal punto di vista societario “la proprietà passò ad una nuova Società anonima per azioni Officine di Villar Perosa, costituita il 24 dicembre 1919, con sede a Roma e con capitale sociale di lire 3.000.000 sottoscritto per lire 2.000.000 da Agnelli e per lire 1.000.000 da un’altra società anonima, la Società Generale Finanziaria, presieduta dallo stesso Agnelli.”28.
Così, “nel 1925 a Torino” venne eretto un nuovo stabilimento ove fu collocata la sede legale della società e a seguire furono aperti centri di produzione a Chambery (1930) e addirittura “vicino a Mosca”, sino a che “nel 1931 si producono 50.000 cuscinetti/giorno, gli operai sono 7000 e vengono affiliate la R.I.V. Belgio, R.I.V. Argentina, Deutsche R.I.V. … R.I.V. diventa uno dei maggiori produttori mondiali di cuscinetti e prodotti di precisione, tra cui i registratori di cassa.”29.
Con riferimento a Villar Perosa, invece, tale sviluppo determinò l’ulteriore crescita del concentrico con ulteriori strutture e servizi, non ultima la scuola professionale, in linea con cosiddetto paternalismo degli Agnelli. Nel far ciò, non può tacersi la particolare condizione di Giovanni Agnelli, che, ritrovandosi, come detto, ad essere altresì sindaco del comune di Villar Perosa da alcuni decenni, di fatto non aveva ostacoli particolari a concessioni e autorizzazioni pubbliche per espandere le costruzioni della fabbrica. Egli, ancora nel 1923 “per meriti acquisiti nel campo della grande imprenditoria nazionale, venne nominato Senatore del Regno e nel 1926 da sindaco passò al ruolo di podestà.”30.
All’alba degli anni ’30, inoltre, un singolare aspetto permise alla R.I.V. di limitare gli effetti dell’onda di crisi del 1929: un imponente sviluppo del mercato verso l’Unione Sovietica. In seguito, con l’autarchia e l’inasprirsi della politica belligerante fascista, la R.I.V. beneficiò di un rapporto di connivenza, probabilmente opportunistico, tra il senatore Agnelli e il regime, incrementando le proprie commesse e mantenendo un’elevata produzione. Chi non ne beneficiò furono gli operai, che videro azzerate le proprie pretese sindacali e la già poca voce di protesta che avrebbero potuto avere.
Il conflitto portò sulla fabbrica e sulla comunità villarese le bombe alleate che nel gennaio 1944 distrussero sia l’industria che parte del centro urbano. Solo nel 1947 lo stabilimento vedrà nuovamente la luce.
Per interrompere la produzione bellica, tutta destinata ai tedeschi occupanti, laddove non arrivarono le bombe giunsero i partigiani, con un sabotaggio perpetrato a regola d’arte da un gruppo di guastatori. “Il commando è formato da tre squadre della val Chisone, con l’aiuto di un reparto della 5a G.L. della val Gernamasca. Lo scopo è ben preciso: intralciare la produzione bellica funzionale al riarmo tedesco, la Todt. […] 130 macchine vengono rese inefficienti, non danneggiandole semplicemente a colpi di mazza, ma manomettendo con precisione parti fondamentali di torni, frese, apparecchi di collaudo, compressori. Venne anche svuotato il magazzino dei generi alimentari dei dirigenti R.I.V. … Segue un altro tentativo di sabotare la produzione, sempre compiuto da parte delle formazioni partigiane. La notte tra il 26 e il 27 luglio del 1944 un gruppo partigiano dava fuoco ad alcuni capannoni delle officine R.I.V., nei quali erano accatastate delle casse contenenti migliaia di cuscinetti a sfere da inviare in Germania.”31.
Inoltre, “il primo maggio 1944 le forze repubblichine e tedesche soffrono un pesante smacco, dovuto all’atto di coraggio di due partigiani della vallata: Remo Beux, ventisettenne di Inverso Pinasca, al tempo operaio alle Officine di Villar Perosa, e Carlotta Genre, venticinquenne, anch’essa operaia alla R.I.V. di Villar e abitante nella borgata Chianaviere. L’idea era di ricordare la data del 1° maggio ai fascisti, issando la bandiera rossa sul pennone posto sulla ‘rotonda’ … Detto fatto. La notte del 30 aprile Remo Beux, aiutato da Carlotta Genre, riesce a salire sul pennone verticale alto 12 metri, una delle poche parti dello stabilimento rimasto intatto dopo i bombardamenti del gennaio, e la bandiera inizia a sventolare.”32.
Altri episodi vedranno la R.I.V. al centro della guerra di liberazione, quali azioni di furto da parte dei partigiani, imponenti scioperi, vedendo la dirigenza schierarsi progressivamente dalla parte dei patrioti, man mano che diveniva chiara la direzione che stava prendendo la guerra.
Con il dopoguerra si giunse alla faticosa, ma rapida, ricostruzione e alla ripresa della produzione. Ciò, in un contesto che vedeva l’amministrazione pubblica sempre in mano agli Agnelli: non più Giovanni che, in quanto podestà negli anni del fascismo non poteva ricoprire nuove cariche in virtù di una disposizione in tal senso del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale), bensì suo nipote, Gianni Agnelli.
In questi anni di ricostruzione furono posti in essere gli ultimi colpi di quel paternalismo destinato presto a tramontare. Sono gli anni delle colonie per i figli dei dipendenti, di Pra Martino, dell’ampliamento delle scuole professionali, del centro ricreativo R.I.V. e del Gruppo Sportivo, delle gite e dei pellegrinaggi sociali e dei corsi di taglio, cucito e ricamo per le dipendenti33.
Tuttavia, nuove lotte si profilavano all’orizzonte: quelle sindacali. La R.I.V. fu tra i più fulgidi esempi di lotta sindacale a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, nell’ambito di quei moti sociali che porteranno allo Statuto dei Lavoratori del 1970. A far da sfondo, nel 1963, il passaggio della R.I.V. al colosso svedese dei cuscinetti a sfera Skf, che da una quota di maggioranza del 77,5% nel 1963, giungerà al pieno controllo nel 1979. Come spesso accade gli avvicendamenti al vertice portarono, a fasi alterne, periodi di forte tagli al personale e altri – brevi – di espansione. Ciò anche in virtù del fatto che con l’apertura al mercato mondiale, R.I.V.-Skf si ritrovava spesso incapace di andar oltre al connubio produttivo R.I.V.-Fiat, priva di macchinari moderni ed efficienti, che invece erano presenti nelle altre sedi estere del gruppo Skf, e complessivamente con un costo di produzione elevato per il mercato che andava globalizzandosi.
Alcuni interventi di ammodernamento permisero di mantenere un trend stabile e positivo, senonché “a fine anni ’80 vennero operate scelte difficilmente comprensibili, come quella di abbandonare il prodotto finito in favore dei componenti … Un’altra scelta dei primi anni ’90, compiuta per finanziare il piano di ristrutturazione intrapreso, fu la cessione delle centrali elettriche della Val Chisone, che avevano fatto la fortuna dell’azienda”34.
Inoltre da tale momento venne separata e diversificata una parte della produzione, quella destinata alla componentistica aeronautica, facendola ricadere sotto Avio. Oggi, seppur con numeri decisamente ridotti rispetto ai fasti del passato, la Primotecs, già Tekfor e ormai da vari anni ex Skf, prosegue con proprietà tedesca la produzione a Villar Perosa. Nota caratteristica, nel 2024 il gruppo estero, in un probabile quadro di progressiva cessione, ha concesso in affitto il ramo d’azienda a una neonata società del gruppo O.R.I. Martin Acciaieria e Ferriera di Brescia: la Officine Meccaniche Villar Perosa S.r.l.35 Ciò ha restituito alla fabbrica un nome storico legato al territorio e si auspica possa essere di buon auspicio per la produzione in valle.
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Testo tratto da: Grande L., Pons S., "Obiettivo: distruggere la Signorina Verde", LAR Editore, 2025